Tutt’ ’a vita annanz
“È bastato ’nu surriso e ddoje parole / pe’ me fa’ sentì ’e ffarfalle dint’ ’a panza / m’he paruto comme ’o primmo juorno ’e scola / quanno tieni ancora tutta ’a vita annanze.”
C’è un momento — breve, luminoso, innocente — in cui tutto sembra possibile.
E in quella frazione di tempo, ti accorgi che non solo stavi sognando.
Stavi vivendo. Stavamo vivendo.
Gnut (insieme a Sollo) in “Tutt’ ’a vita annanz” scandiscono quel momento con delicatezza, poetica e verità:
un primo sguardo, un brivido, e la consapevolezza — tutta la vita avanti.
Non parlo di un amore perfetto: parlo di un cuore che fa l’unica cosa che sa fare.
Si lascia travolgere.
E in quell’abbandono scopre che la vita è più grande della paura.
Guarda l’altro negli occhi e dice: “Eccomi”. E intanto spera. E intanto vola.
È uno sguardo pieno, ma non ingenuo.
C’è la consapevolezza che qualcosa cambia.
Le mani tremano, i giorni scorrono, ma in quel “ti guardavo e respiravo a stiento” troviamo la nostra fragilità più vera.
È una fragilità che non implora: accoglie.
È un cuore che non nasconde più le fioriture, e le lascia crescere dove sono state messe.
In un mondo che ci insegna a nascondere le emozioni, Gnut ci ricorda che è nelle piccole cose — un sorriso, due parole, uno sguardo — che risiede la potenza della vita.
Il “primmo juorno ’e scola” non è solo metafora: è promessa.
È possibilità di rinascita.
È scelta.
E allora, mentre cammino nel mio quotidiano — tra impegni, silenzi e speranze — mi ricordo: Se tieni ancora tutta ’a vita annanze, allora puoi ancora iniziare.
Puoi sussurrare al cuore che va bene così. Puoi respirare. (“Ecco, io faccio nuove tutte le cose.”)
Perché ogni sorriso,
ogni incontro,
ogni piccolo battito che ritorna, è sempre — ostinatamente — un inizio nuovo!