“Affondato dalla fede”
Lavorare con i senza fissa dimora, quelli che non hanno casa…si quelli li…senza…senza niente…ecco lavorare con i “senza niente” è sempre stato il mio desiderio e mi ha sempre dato qualche insegnamento.
Ho addirittura imparato che non è un lavoro: è la ragione per cui Dio la mattina mi fa svegliare e respirare.
Servire i “senza niente” quindi, mi ha portato a vivere 1000km lontano da casa, conoscere gente nuova, storie nuove, vite nuove…mi ha portato a vivere in maniera nuova.
Servire i “senza niente” mi ha portato a conoscere una signora (o come preferiscono essere chiamate loro) una ragazza proveniente dall’Africa, da un villaggio, una di quelle zone dove internet è una parolaccia e telefono significa “benvenuto nel futuro”!
Ve lo dico dopo il nome della ragazza perché già quello è tutto un programma.
La ragazza potrebbe avere l’età di mia madre ma mi chiama il suo fratellino “lo più piccolo” col suo dialetto “itafricano”.
La ragazza potrebbe avere un alloggio che si è meritato in 12 anni di “vitadistradaneidormitori” (la chiamo così perché il dormitorio come dice la parola stessa ti fa stare sotto il tetto soltanto nelle ore notturne).
Sempre la suddetta ragazza quest’anno ha avuto la possibilità di andare a vivere in un alloggio provvisorio con altre ragazze prima di ottenere una casa tutta sua.
La ragazza, sempre lei, è talmente abituata a passare le sue giornate seduta alla panca dove si aspetta il pullman che nonostante tutte le garanzie e le opportunità, anche oggi dalle 7 era seduta alla panca dove si aspetta il pullman e passerà il resto della sua giornata lì…ad aspettare.
Qui inizia il mio racconto…
Stamattina mentre andavo a lavoro (il mio lavoro ufficiale in ospedale) in macchina, sono passato davanti alla fermata del pullman e lei era lì col suo vestito coloratissimo, una fascia rossa tra i cappelli e la borsetta nera per dare un tocco d’eleganza.
Non potevo fermarmi e ho “sgommato” verso il “Martini”.
Verso metà mattinata sono dovuto tornare a casa e in macchina ero assorto tra pensieri, parole e la musica che ho composto stanotte per un nuovo brano. Non mi sono accorto di essermi fermato al semaforo rosso proprio davanti alla fermata del pullman, quella dov’è sempre seduta la ragazza, separata dalla strada anche dai binari del tram.
Avevo il finestrino abbassato e mi sono sentito chiamare da una voce dolce femminile: Peppe, fratellino!!!
Ho girato lo sguardo e ho esclamato Feith! (Esatto come Fede tradotto dall’inglese).
Si chiama Fede la ragazza pensa un po’: non da Federica! Fede come Fede, quella che ci unisce a Dio, che ci unisce tra di noi.
“Tutto bene?” ho chiesto.
“Eh… sono qua” risposta quasi scontata ma non troppo di questi tempi: perché già dire “sono qua” è un miracolo!
Ma la domanda che mi ha spiazzato è stata: “E tu come stai?”!
Immagina se avessi detto “bene” che male le avrei fatto o mi sarei fatto (dipende dai punti di vista)!
Ho fatto un gesto con la mano come a dire “così e così” e lei mi ha detto (con fare serio ma sarcastico) “fratellino la vita è bella”!
Bum! Colpito! Ma non mi abbatto rimango lì pronto a ricevere altri colpi.
“Che ti mangi oggi?”
Secondo colpo! Ma dico io…ma si può ricevere una domanda così scontata e rimanere scioccati? Si! Se la domanda me la rivolge Feith che l’altro giorno voleva un pacco di riso perché dove è adesso le danno solo pasta da cucinare, si!
Allora ho scherzato (ma se n’è accorta subito): “Ostriche e champagne!”.
E lei: “non mi piace!”. Terzo colpo.
Tra me ho pensato “avanti Feith (che significa sempre fede), colpisci ancora!”
Nel frattempo ho guardato il semaforo per aspettare il verde e dico: “Bhe Feith, spero di rivederti presto!” e lei “aspetto te!”. Quarto: perchè sentirsi dire “aspetto te” da una donna seduta alla fermata del pullman…è un altro colpo.
E nonostante tutto non crollo!
“Va bene!” dico, sorridendo, e mandandole un bacio volante con la mano mentre scatta il verde e metto la prima marcia.
Lei finalmente mi sorride, con il pollice e l’indice mi fa il segno del mezzo cuore e mi dice l’unica parola che cerco di insegnare a quelli “senza niente”, ma lo dice nel suo dialetto “itafricano”:
“Dighnità” (che significa: dignità)!
Affondato!