“Dentro questo blackout” – Appunti sparsi da un cuore che si sta riprendendo
“Io volevo solo fare l’artista, non avere mille burnout.”
“Si aspettano di più, di più, di più, ma non mi va / di raggiungere i miei KPI, ignorando la felicità.”
Certe canzoni non servono per ballare. Servono per fermarsi.
Ti arrivano addosso in mezzo al traffico, in coda al supermercato, o mentre ti chiedi se oggi sorridi perché vuoi… o perché devi.
Burnout, dei Pinguini Tattici Nucleari, è una fotografia nitida di quel punto in cui la vita si trasforma in prestazione, l’entusiasmo in ansia da risultato, e il sogno in KPI.
Un brano che ti fa ridere amaro. Ma che, se ci entri davvero, sa parlarti come uno specchio gentile: non ti giudica, ma ti costringe a guardarti.
Parla di stanchezza. Di quella sottile, quotidiana.
Non quella che ti costringe a letto, ma quella che ti svuota piano.
Il lunedì che ritorna come un “ennesimo ultimo round”. I numeri da raggiungere. Le aspettative da soddisfare. Gli applausi da guadagnare.
E in mezzo, tu. Che magari volevi solo scrivere una canzone. O vivere con dignità.
Niente di più.
Il burnout non è una moda. È una realtà.
Non riguarda solo chi lavora troppo. Ma anche chi non riesce più a trovare un senso in quello che fa.
Anche chi “parla con il diavolo nel traffico” e scopre che ha la sua stessa voce.
Anche chi indossa il cappellino giusto per ogni situazione, ma dentro si sente fuori posto comunque.
È un testo ironico, certo. Ma ci leggo una verità che non fa ridere per niente.
Abbiamo confuso il successo con il sovraccarico.
Abbiamo sostituito la creatività con la performance.
Abbiamo imparato a funzionare… più che a vivere.
Eppure, tra le righe, brilla qualcosa. Una stella, come dice lui,
“che mi fa stare meglio / dentro questo blackout”.
Una luce minima, ma sufficiente a non perdersi del tutto.
Io, che faccio il prete e scrivo canzoni, non ho ricette da dare.
Ma so che quella stella, per me, ha un nome.
Ed è lo stesso che ha scelto di entrare nel nostro burnout per dirci che anche nel blackout… la vita non si spegne.
La felicità non sta nei KPI. Sta nel ricordarsi chi siamo.
E forse anche nel concederci il lusso di dire ogni tanto:
“Non mi va.”
E respirare.
Perché alla fine, anche “i buoni vincono”, magari non sotto i riflettori, ma nel quotidiano di chi non si arrende.
E in mezzo a questo burnout collettivo, c’è ancora una promessa che mi porto dentro:
“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.”
(Matteo 11,28)
E anche se ogni lunedì ti tira un destro,
ricorda che non è l’ultimo round finché c’è qualcuno — o Qualcuno — che ti tiene in piedi